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Giornale del Popolo

  Bernard Jean: nel nome del padre (di Brigitte Steudler)

Già dalle prime pagine de Il figlio del giorno dopo (Le fils du lendemain, Éditions Zoé, 2006), lei evoca i tormenti e il sospetto che l'hanno presto convinta di non avere lo stesso padre di suo fratello maggiore. Questi dubbi si sono insinuati in lei attraverso una voce interiore che s'immischia in tutti i suoi gesti più intimi e che lei assimila in presenza di una scimmia. Come pensa di essere riuscito a sbarazzarsi di questa insidiosa e oscura presenza?

È interessante e sconcertante percepire una "scimmia in sé". È un viaggio intimo che può portarvi lontano e, col rischio del naufragio, deve condurvi a riva. Sono giunto a una risposta abbastanza chiara per vivere in pace con questa scimmia che, sebbene resti avvolta da una fitta nebbia, è diventata uomo. Oltretutto, ho sempre amato le scimmie.

In che cosa la scrittura del suo racconto ha contribuito a zittire il più definitivamente possibile questa sua angoscia esistenziale?

Sicuramente mi sento più leggero da quando ho scovato il non-dit della mia nascita nella sola mia forza d'intuizione, verificata nelle pipette di un laboratorio. Quanto all'angoscia esistenziale, non mi sembra legata al fatto stesso di esistere. Spero che me ne resti abbastanza per proseguire il mio viaggio nella letteratura. La letteratura ha come funzione di parlare dell'umanità nella verità, di insegnarci di più su chi siamo.

Lungo le pagine che la portano a narrarci con una rara ed emozionante precisione la giornata al termine della quale riesce a chinarsi sulla tomba del suo vero padre, ci si potrebbe domandare se e quanto a lungo ha dovuto lavorare e ritornare su questo brano che sfila davanti agli occhi in fretta e furia.

È un testo molto lavorato. Non sono interessato a mettere in vetrina l'io, quello che mi preme è la creazione di un'opera letteraria, quale che sia la parte autobiografica.

Perché ha scelto di mettere in esergo un brano della Lettera al padre di Franz Kafka, elevando così il fatto di fondare una famiglia al rango della più alta riuscita che un essere umano possa raggiungere?

Sono un grande ammiratore di Kafka. La sua Lettera al padre, in realtà, non è mai pervenuta al suo destinatario ed è stata pubblicata ben dopo la sua morte. Aveva dei rapporti molto difficili con suo padre, un misto di ammirazione e avversione. Kafka non si sentiva capace di assumere una paternità e sono persuaso che la frase citata in esergo è totalmente sincera. È difficile essere un uomo, e più ancora essere un padre in mezzo agli uomini. "Accettare tutti i bambini che arrivano, farli vivere in questo mondo incerto e addirittura guidarli un poco", sono convinto, con Kafka, io che sono tre volte padre, che è una delle più alte riuscite a cui l'uomo possa arrivare.

Perché scegliere di pubblicare questo libro sotto pseudonimo, se poi, senza problemi apparenti, ha accettato di lasciarsi svelare così facilmente? Questo è dovuto al tipo di lavoro psicologico che è riuscito a portare a termine?

Il narratore de Il figlio del giorno dopo si chiama Trellert e l'autore si chiama Bernard Jean. Ma Jean-Bernard Vuillième non è morto. Non vuole nascondersi. Assume a giusto titolo la paternità del personaggio e quella dell'autore. La domanda da porsi ancora è: come firmerà in futuro?

Traduzione: Yari Bernasconi

L'interview en français : http://www.culturactif.ch/livredumois/juillet06jean.htm


Page créée le 10.08.06
Dernière mise à jour le 10.08.06

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